Prologo
Fu una concessione a se stesso, perché sapeva che era il suo ultimo giorno a Los Angeles e la città sarebbe stata presto un ricordo. «Partenza con il botto,» avrebbe detto Jay con un sorriso obliquo, ma Jay non era più al suo fianco da un pezzo e Theo aveva passato la sera sentendosi già rimosso da tutto, come un’impronta che cancellavi dal vetro.
Tempo tre giorni e la quantità di gente che gli si stringeva intorno per salutarlo si sarebbe scordata della sua esistenza, un nome tra i tanti che la città masticava e sputava via. Si era dato un anno per vedere se riusciva a combinare qualcosa da solo, l’anno era scaduto e lui era passato al piano di riserva.
Non aveva ancora ben chiaro se dovesse viverla come una sconfitta.
Quello non era momento di bilanci, però, solo di festa e qualche soddisfazione più ambigua.
Avrebbe voluto dire che aveva scelto il ragazzo perché era quanto di più diverso da Jay fosse riuscito a trovare, ma la verità era che il suo sguardo l’aveva agganciato come un amo tra la folla e lui si era lasciato pescare. Un regalo d’addio per la sua ultima stagione in città.
L’indomani mattina avrebbe lasciato la Costa Occidentale – le sue strade troppo finte, le distese di case, la sua polvere – per i cieli più freddi di una cittadina del New England. Quella sera però era ancora lì, in un locale di cui aveva già scordato il nome, circondato da corpi scolpiti che il tempo avrebbe preservato molto peggio delle statue, con le mani affondate nei capelli biondissimi di un tizio che sembrava impersonare la California stessa: pelle abbronzata, occhi impudenti, lineamenti tanto perfetti da sembrare sognati.
Quando lo guardava il desiderio era un uncino nello stomaco e per una sera decise di non strapparlo. Lasciò che lo guidasse, invece. Accostò il ventre al suo, trovò il rilievo del suo sesso e si strusciò su di lui con una naturalezza che credeva di aver dimenticato. Mister California strinse la presa sui suoi fianchi, forte da lasciargli segni, e Theo immaginò di portarli con sé il giorno dopo, insieme alle valigie e al biglietto aereo infilato nel taccuino. Per un istante, la consapevolezza che non avrebbe potuto cancellarli gli spezzò il fiato. Poi il tizio chinò la testa, sfiorandogli l’orecchio con le labbra, e ogni pensiero si infranse nell’ondata di endorfine che gli accese il corpo e il cervello come la notte di Los Angeles. Chiudendogli la mano dietro la nuca, Theo se lo tirò addosso e il mondo cessò di esistere. Rimase solo il calore.
Dopo, il rimorso lo punse con il sollievo di un pericolo sventato all’ultimo; avrebbe potuto abituarsi a quel brivido. Il letto che lo accoglieva era morbido, le lenzuola avevano una consistenza di seta, il soffitto era così bianco che sembrava abbagliarlo anche nella luce smorzata. Accanto a lui, aggrovigliato nella stoffa, Mister California era una testa bionda affondata nel cuscino, una schiena nuda su cui l’ombra tracciava segni leggerissimi. Theo ebbe l’impulso di toccarlo, rimase con la mano a mezz’aria senza decidersi a completare il gesto. La pelle era calda, anche a quella distanza. Poi il ragazzo voltò la testa, sorrise assonnato, e lui ritrasse il braccio come se si fosse scottato senza nemmeno sfiorarlo, si tirò a sedere con un movimento fluido.
«Vai già via?»
La voce era roca, un po’ affaticata, ma più morbida di quanto gli fosse sembrata durante il sesso, quando l’aveva graffiato come unghie piantate nella schiena, come i pensieri che non voleva fare. Il suo sorriso gli strinse un nodo nello stomaco, ma se prima quella sensazione era stata piacevole adesso lo riempì di fastidio.
«Tra poche ore devo essere in aeroporto.»
Non aveva in programma di offrire una scusa, ma nel silenzio della stanza la sua dichiarazione sembrò proprio quello.
Mister California si sollevò su un gomito. «Un viaggio?»
Avrebbe dovuto saperlo che quella città – quella notte – non l’avrebbe lasciato andare via facilmente. Era come se Jay, nascosto da qualche parte, giocasse ancora con le linee del copione, ridesse e muovesse i fili di mille marionette.
In piedi accanto al letto, Theo mosse i fianchi per infilarsi nei jeans e terminò di abbottonarli. Si passò una mano tra i capelli, tornò a sedersi per calzare gli scarponi.
«Non proprio,» rispose. E poi, dato che sentiva lo sguardo del ragazzo ancora fisso sulla schiena, come dita che scivolavano lungo la spina dorsale, si insinuavano sotto la cintura, voltò la testa a sfidarlo. I suoi occhi erano calmi, curiosi. Lui lasciò andare il respiro. «Sono stato accettato da un master di scrittura creativa in Massachusetts. Questa era la mia ultima notte in città.»
«Massachusetts dove?» domandò l’altro.
«Senti,» fece Theo. «Non dico che non sia stato bello, ma non ero esattamente partito con l’idea di raccontare la storia della mia vita alla mia ultima scopata di Los Angeles. Niente di personale, ma chiudiamola qua.»
L’altro era ancora sdraiato, languido e nudo, un gatto sornione pronto a passare il giorno a letto. Incrociò le braccia sotto il mento, soffocando un sorriso, come divertito dal suo atteggiamento scostante, e per una frazione di secondo Theo avvertì una tristezza profonda per qualcosa che non avrebbe potuto diventare nient’altro, solo qualche ora di piacere che già sbiadiva nel ricordo, la complicità tutta istintuale che vibrava ancora tra loro. Fu quello a farlo muovere di scatto: aveva già collezionato abbastanza rimorsi da bastargli per tutta la vita. Non c’era bisogno di aggiungere la California all’elenco, o Los Angeles, o i biondi bellissimi che vi poteva trovare. Preferiva salutarla nell’amarezza.
Aveva quasi raggiunto la porta quando sentì un fruscio provenire dal letto; si voltò e vide che il ragazzo si stava alzando – ancora nudo – con movimenti elastici come se fosse appena uscito da una sessione di yoga. Per un attimo, guardarlo gli fece scordare la fretta. Poi se lo ritrovò davanti e non ebbe tempo per alzare barriere o abbozzare rifiuti: la sua mano scivolò tra i capelli e Theo sentì il corpo inclinarsi nella sua direzione, il viso alzarsi come attratto da una forza inarrestabile. Il ragazzo si chinò, e lui si lasciò baciare.
Fu un bacio lungo, dolce. Un addio che portava in sé il preludio di qualcosa che il tempo stava per tranciare.
Quando si scostarono, rimasero a respirare vicini.
«Buon viaggio, allora,» disse Mister California, sfiorandogli la guancia con le nocche. «Magari ci rivedremo in Massachusetts.»
Theo tentò una risata sarcastica, ma gli uscì rauca, malferma. «Ne dubito,» rispose.
Poi mosse la mano dietro la schiena, a tentoni, trovò la maniglia della porta.
L’aprì, e lasciò che il suo richiudersi mettesse fine alla parentesi di quella sera, e di quella vita.