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L’ultima cosa che Theo si aspettava da Rosenfield era che rimettesse gli occhi di Jay sulla sua strada. Credeva di esserselo lasciato alle spalle in California, corpo e fantasma, e anche se non fosse partito proprio per sfuggire alla sua ombra quella cittadina tranquilla era l’ultimo sfondo su cui avrebbe potuto immaginarlo; troppo languida, pittoresca, a misura d’uomo e non delle ambizioni sconfinate che lo divoravano da dentro. La sera del suo arrivo, quando si era accasciato sulla sedia di un caffè graziosissimo con il portatile aperto sul tavolo e il taccuino chiuso, Theo aveva saputo dirsi soltanto: Jay odierebbe questo posto. Un pensiero che somigliava a una vendetta stanca, lucida, venata di euforia.
Per questo era surreale, adesso, varcare la soglia di un bar insieme ai nuovi compagni di corso e scoprire i suoi occhi incastonati nel volto di uno sconosciuto.
La sorpresa gli strappò il respiro, i piedi si ingarbugliarono e la vertigine si arrampicò nell’orecchio. Per un istante, la gola si chiuse su un rigetto che somigliava a un conato. Poi il tizio tornò a voltarsi verso il barista, Theo si sentì afferrare il gomito da Sylvia e il tempo riprese il suo corso; tutto doveva essere accaduto in una frazione di secondo. Nessuno si era accorto di nulla. Sforzandosi di dissimulare l’improvvisa voglia di fuga, lui infilò un passo dopo l’altro e lasciò che i piedi lo portassero al tavolo intorno a cui stava prendendo posto il suo gruppetto; crollò sulla sedia, puntò i gomiti sul piano. Poi, discretamente, con cautela, lanciò un altro sguardo al bancone. Il ladro degli occhi di Jay stava parlando con qualcuno e sorrideva, animato. Soffocando una gelosia che non aveva ragione di esistere, Theo si sforzò di concentrarsi sui compagni, sui loro discorsi e progetti. Erano simpatici, creativi, ma il loro chiacchiericcio sembrava un rumore di fondo a quella che era la realtà più vera della serata, di tutta quanta la sua vita.
Era sempre difficile dare concretezza ai momenti di convivialità, ogni volta c’era la tentazione di evitarli e basta. Il senso di estraneità lo stringeva come un abito della taglia sbagliata, e non appena qualcuno lo guardava Theo si trovava a sfoderare il sorriso più convinto del suo repertorio: quello più falso. Jay gliel’aveva fatto provare mille volte, nell’intimità della loro stanzetta asfittica, i primi tempi a Los Angeles, e gli sembrava di sentire il tocco delle sue dita ogni volta che l’abitudine lo portava a rispolverarlo. Rivedeva la luce viva del suo sguardo – prima che il cinismo lo spegnesse, prima che si addensassero le ombre – e l’inclinarsi della sua testa in quell’angolazione seduttiva, poi il pensiero deragliava bruscamente prima che potessero affiorare altri ricordi, belli, brutti o l’amalgama impossibile degli ultimi tempi. Non sapeva che cosa leggessero in quei sorrisi i suoi interlocutori, ma davano sempre l’impressione di attribuirsene il merito. Il più delle volte, lui si guardava bene dal contraddirli.
Quella sera però c’era una distrazione in più, gli occhi continuavano a scivolare verso il bancone.
Lo sconosciuto non somigliava a Jay, da dietro. Dal suo tavolo Theo vedeva solo una schiena ampia, spalle definite e capelli lisci, nerissimi. Quando una parte del profilo divenne visibile fu ancora peggio, perché era bello – più bello della maggior parte della gente che attirava il suo sguardo –, con zigomi alti e scolpiti, tratti eleganti che suggerivano un’origine nativo-americana. Theo si scoprì a fissarne le labbra con precisione millimetrica, seguendo la curva che dagli angoli saliva a formare un arco perfetto. Ebbe l’istinto di morderle. Quel pensiero gli aveva appena attraversato il cervello quando il tizio sembrò sentirlo, in qualche modo – o forse aveva solo avvertito il peso del suo sguardo –, perché si voltò verso di lui, a colpo sicuro, e inarcò un sopracciglio. Theo sarebbe arrossito, se non si fosse trovato di nuovo davanti quegli occhi scurissimi e senza fondo, piantati nel cervello come una radice infestante.
Abbassò la testa di scatto, si impose di fare un respiro. Poi, con gesto deliberato, girò la sedia verso il suo gruppo e annaffiò il ricordo della voce di Jay con il primo bicchiere che gli capitò a tiro.
Avrebbe dovuto capirlo subito, che la serata sarebbe naufragata in mare grosso, invece furono necessari altri tre bicchieri di vodka e qualche sorso di cocktail rubato ai vicini perché la consapevolezza del rischio cominciasse a prudergli sulla pelle. A quel punto, ogni confine del mondo aveva già perso nitidezza, le luci del locale sembravano troppo forti e il bancone del bar era una calamita; ne sentiva l’attrazione quasi fosse una forza fisica, aveva i muscoli del collo tesi per lo sforzo di non voltarsi.
Quando infine cedette, fu per alzarsi in piedi. La vertigine lo colse come un cambio di pressione, il mondo vacillò e lui dovette afferrare lo schienale della sedia per stabilizzarsi.
«Tutto a posto?» domandò Sylvia, al suo fianco.
Lui pensò di risponderle “C’è un pezzo del mio ex che beve birra al bancone”, o “È tempo di fare cazzate”, ma si limitò a scuotere la testa per poi annuire. «Torno subito,» disse.
Gli altri risposero, forse, non ne era sicuro. Il cervello sembrava imbottito di ovatta, respingeva i suoni o li intrappolava in un’eco confusa.
«È il momento migliore,» gli aveva detto Jay, una sera, sdraiato sul letto al suo fianco, caviglia accavallata sulla sua, una sigaretta smezzata e il fumo che si intrecciava in volute salendo al soffitto. «Tu ci sei ancora ma non ti senti, e non senti neanche le stronzate degli altri. Farei la firma per stare sempre così.»
Al bancone, il ladro di occhi alzò la testa a guardarlo. Theo si lasciò cadere sullo sgabello.
«Sei mai stato in California?» domandò, e non avrebbe saputo dire cosa stesse facendo. Flirtando, conversando, preparando un assassinio. Tutto sembrava possibile. Forse voleva solo dimenticare.
Trasformare i ricordi in una superficie compressa da sovrascrivere.
Il tizio non parve eccessivamente turbato dall’approccio. Si voltò sullo sgabello per guardarlo meglio, puntò il gomito sul piano. «Un paio di volte,» rispose. «In un paio di posti diversi.»
Era una risposta alla Jay – misteriosa e vaga – e insieme il suo opposto, perché Jay non avrebbe mai lasciato al suo interlocutore il monopolio delle stranezze, avrebbe ribattuto qualcosa di altrettanto bizzarro. “Questi occhi li ho rubati lì, da qualcuno che non ne aveva bisogno”, per esempio. Ma Theo non fece in tempo a recuperare il filo del discorso – quello vero e quello immaginario – che lo sguardo gli cadde sulla birra che il tizio stava bevendo, ed era una scura di produzione artigianale, qualche etichetta da hipster del cazzo, di quelle che Jay non avrebbe ordinato manco per sbaglio, e per qualche ragione assurda in quella assurda sera di improbabili incontri il dettaglio lo ipnotizzò così tanto da risucchiargli la voce.
«Tutto a posto?» chiese il tizio, facendosi più vicino. Theo sbatté le palpebre, lo guardò di nuovo, e non gli sembrò più simile a Jay, in quel momento, solo un volto attraente dagli occhi neri e allungati, naso elegante, bocca fatta per sorridere.
«Ti è mai capitato di perdere qualcuno?» si trovò a chiedere, un sussurro molto diverso dal tono di sfida con cui l’aveva avvicinato. «Di provare a seminarlo, e ritrovarlo dappertutto, anche se non lo vorresti, o forse lo vorresti fin troppo?»
Di colpo, i rumori del bar tornarono in primo piano – la musica degli altoparlanti, il brusio di voci e risate, il cozzare dei bicchieri – e lui si vide dall’esterno, un ubriaco triste paracadutato per sbaglio nella sera di uno sconosciuto con cui non aveva nulla a che fare, e fu uno shock quasi termico. Fece per alzarsi, barcollando, ma il tizio gli posò la mano sul braccio e lo tenne seduto.
«Me lo stai chiedendo davvero?»
Theo lo guardò senza riuscire a pensare. «Non lo so,» disse infine. «Tu vuoi rispondere?»
D’un tratto, con la furia imprevista che lo coglieva a volte nel mezzo di incontri casuali, desiderò che il tizio dicesse di sì, che gli si spogliasse davanti: in mezzo a quel bar, sotto quelle luci sbagliate, con quel rock incongruo in sottofondo, e poi ancora in silenzio nel buio, in qualche stanza di cui poteva ignorare l’arredamento, per un finale che forse inseguiva dal primo istante in cui l’aveva intravisto, sesso per estirpargli qualcosa da dentro, per sventrarlo e arpionarlo e…
«Normalmente non ne parlo con nessuno.»
Theo sbatté le palpebre. Il tizio lo stava osservando, incuriosito come se avesse di fronte l’esemplare di qualche specie sconosciuta, ma quando incrociò il suo sguardo sembrò colto da una ritrosia improvvisa perché voltò la testa e allungò la mano a giocherellare con l’angolo rialzato dell’etichetta della birra. «Sono silenzi che ti mangiano dentro, però, non trovi?» proseguì, il tono a metà tra il confessionale e il filosofico. «Non ne parli perché fa male, perché preoccuperesti gli altri, perché dopo tutto questo tempo dovresti aver voltato pagina, chiuso la ferita, è così che fanno gli adulti. Ma la ferita a volte sembra infetta.» Si strinse nelle spalle, come se non sapesse che altro aggiungere. «E ti ritrovi ad ammetterlo a uno sconosciuto sbronzo in un locale.»
«Chi era?» domandò Theo, in tono quasi reverente.
«Mio fratello,» rispose l’altro. «Per te?»
«Il mio…» Amante, compagno, migliore amico. Incubo, sogno, ossessione, peggiore sbaglio. Complice. Aguzzino.
Non seppe continuare, si alzò in piedi di scatto. Il mondo vacillò, di nuovo, lui allungò le braccia per non perdere l’equilibrio, gli angoli della visione si scurirono in un piccolo mancamento e poi il palmo atterrò su qualcosa di solido, e caldo, sentì delle mani chiudersi sulle braccia a sostenerlo. Quando la vista tornò a schiarirsi, si trovò davanti lo sguardo preoccupato del tizio.
«Tutto okay?»
Theo fece una risatina scema. «Credo di aver bevuto un po’ troppo.»
L’altro inarcò le sopracciglia, come in un silenzioso: “Tu dici?” «Riesci a reggerti in piedi?» proseguì poi a voce alta, e Theo avrebbe potuto dire la verità e lasciarlo andare per la sua strada, ma voleva continuare a sentirsi le sue mani addosso, voleva vedere gli occhi di Jay incastrati tra quelle ciglia nuove, in quel viso straniero, così mosse appena la testa e sentì una delle braccia che lo sorreggevano scivolare a cingergli la vita.
Mosse un piede in avanti, piegò la testa sulla sua spalla e gli parve di sentire il suo cuore battere appena più in basso, nascosto dalla maglia, sotto la pelle e le ossa. Vi sfregò contro la guancia.
«Devo andare in bagno.»
«Vuoi che ti accompagni?» domandò il tizio. Buon samaritano o approfittatore? Theo non era sicuro che gli importasse, in quel momento, pensò che se avesse detto di sì tutto forse si sarebbe riaggiustato: la trama del mondo, del tempo. Jay uscito dalla sua storia e lui che non riusciva a farcisi spazio, quella vita strana. Il ladro samaritano l’avrebbe scortato a un’intimità più discreta per fare cosa voleva del suo corpo, lui ci avrebbe guadagnato un’ultima scopata con gli occhi che infestavano i suoi sogni e forse avrebbe chiuso del tutto la parentesi che cercava di chiudere da un milione di anni.
Il tizio aveva un tono morbido, accogliente. Theo sentì le sue mani sfiorargli i capelli, impalpabili e incerte.
Si schiarì la voce. «Grazie.»
Quando si sbatterono alle spalle la porta del bagno, non dovette neanche pensarci prima di voltarsi nell’abbraccio e premerlo contro la parete.
L’altro si lasciò muovere, docile, ma non reagì nel modo che si aspettava; nessun bacio avido o tocco frenetico, niente che avvolgesse il filo dell’attrazione su una spola di voglia o fame. Si limitò a posargli le mani – grandi, caldissime, asciutte – sulle guance e a sfregargli i pollici sugli zigomi, dolce.
«Che stai facendo?» chiese.
Con la gola secca, Theo bisbigliò: «Secondo te?»
«Mi hai appena detto di aver bevuto troppo. Cioè. Letteralmente.»
«Ed è un problema?»
L’altro inarcò le sopracciglia.
«Forse era una balla,» tentò lui, ma si sentiva più vero a ogni parola, cominciava a chiedersi cosa gli fosse passato per la testa.