L’arco delle sopracciglia del tizio sembrò farsi più tenero. «Davvero?»
Theo avrebbe voluto scrollare le spalle, ma quando affondò gli occhi nei suoi qualcosa cambiò ancora, un mutamento brusco dell’aria. La nausea tornò, improvvisa, e lui sentì tutto l’alcol ingerito durante la sera risalire la gola, violento come quando era sceso, come altri liquidi che in passato avevano compiuto lo stesso percorso. Non ebbe neppure tempo di riflettere, solo di scostarsi e chiudere le mani sul lavandino, vomitare lì dentro il marcio che gli ardeva nel sangue.
Come da una distanza impossibile, poi, due mani lo spostarono di lato, lo appoggiarono alla parete. Gli occhi chiusi, la testa rovesciata all’indietro, Theo respirò a fondo e sentì il rubinetto aprirsi, lo scorrere dell’acqua. Dopo qualche istante, una salvietta umida gli sfiorò il viso, lui alzò la mano per afferrarla e, quando riaprì gli occhi e incrociò quelli del tizio, li trovò così preoccupati da cancellare ogni possibilità di somiglianza: Jay non l’aveva mai guardato in quel modo. Con un po’ di stupore, si accorse di essere troppo spiazzato anche per l’imbarazzo.
«Stai meglio?»
«Alla grande,» gracchiò Theo.
Il tizio nel frattempo aveva sciacquato il lavandino, gli stava vicino ma evitava di toccarlo; fu lui ad afferrargli il polso e premersi il suo palmo sul collo, nel punto esatto in cui il sangue pulsava nella carotide. Di solito odiava farsi toccare la gola, era un gesto troppo intimo. In quel momento, fu un piacere morbido.
«Non hai l’aria di stare alla grande,» osservò l’altro. «Ti riaccompagno dai tuoi amici?»
«Non sono miei amici.»
«Vuoi andare via, quindi? Ti chiamo un Uber?»
«Non voglio tornare a casa,» disse Theo, senza guardarlo, pensando alla stanzetta troppo piccola che era riuscito ad assicurarsi senza sforare il budget imposto dalla borsa di studio, alla sua totale assenza di personalità. Qualche settimana prima era stato quasi un sollievo gettare i bagagli ai piedi del letto, aprire la finestra e affacciarsi su una strada ancora priva di ricordi, come se potesse reinventarsi dal nulla, scegliere quale personalità indossare tra le tante che aveva piegato con i vestiti in valigia. Adesso il pensiero lo opprimeva: lui non era un guscio vuoto, una pagina bianca. C’erano storie già scritte, pensieri e paure, e non voleva rinnegarne nessuna.
Solo adattarle a quella nuova partenza.
Per un attimo, nessuno dei due disse nulla. Theo aveva richiuso gli occhi e respirava piano, concentrato sul peso della mano dell’altro sul collo e sul calore che il suo corpo spandeva senza nemmeno toccarlo, quel senso di vicinanza imprevisto. Avrebbe fatto qualunque cosa, comprese senza l’allarme che accompagnava di solito un simile pensiero; qualunque cosa pur di tenersi quel corpo vicino, calmo, solido, saldo.
Quando parlò, per un istante non riconobbe la propria voce. «È morto?»
Sentì la confusione dell’altro come un incresparsi dell’aria, lo sfiorò come le onde che si infrangevano sulla battigia. «Chi?»
I piedi di Jay sulla sabbia, il suo profilo stagliato contro l’oceano. «Tuo fratello.»
«No.» Theo riaprì gli occhi, voltò la testa a guardarlo. Lo vide corrugare la fronte. «Non proprio.»
Pensò di chiedergli cosa intendesse. «Mi sento così solo,» disse la sua voce.
Il tizio alzò l’altra mano ad accarezzargli la guancia, solo con le nocche. Lui inseguì il tocco come a renderlo più intenso. Per un attimo si fissarono, i volti vicini, occhi negli occhi e troppa distanza tra le bocche.
Theo sentì le lacrime bruciare, e forse avrebbe pianto davvero se la porta del bagno non si fosse spalancata di colpo per fare entrare una coppia e il frastuono del locale non avesse forato il loro bozzolo di silenzio. Sussultò e l’altro si tirò indietro di scatto, quasi l’avessero sorpreso in un atteggiamento sconveniente. Forse era così, difficile capirlo a quel punto.
«È tutto a posto,» disse subito dopo. Theo si chiese se stesse parlando ai nuovi venuti, a lui o a se stesso. Poi si sentì tirare in un angolo e ne approfittò per tornare ad appoggiarsi al suo corpo, nascose il viso tra i suoi capelli.
«Devi dirmi cosa vuoi fare,» mormorò l’altro. «Non posso lasciarti così.»
Theo mosse la testa lentamente.
«Non so nemmeno come ti chiami.»
Quando rimorchiava sconosciuti nei bar, di solito dava il nome di Jay. In quel caso sembrava assurdo, dopo quello che si erano detti, a quella vicinanza improbabile. «Theo,» ammise, e fu quasi un sollievo.
«Ciao, Theo,» disse l’altro, con un mezzo sorriso nella voce. «Piacere di conoscerti. Io sono Raven. Ora, potremmo ricominciare da capo? Dove devo portarti?»
«Dove vuoi,» rispose lui, il volto ancora premuto contro il suo collo. «Non importa. Via da qui, e basta.»
Raven aveva un odore caldo, avvolgente. Spezie e buio e il sentore sincero della pelle. Le sue dita, quando gli sfiorarono la nuca in una carezza, lo fecero rabbrividire.
«Casa mia è qui vicino,» disse, in tono appena esitante. «Non vivo solo, ci saranno il mio ragazzo e forse anche il mio coinquilino, ma se vuoi stare tranquillo e far passare la sbornia, posso portarti lì. Riposi un po’, bevi qualcosa di caldo. Volendo, potresti persino dormire sul divano.»
Theo cercò di immaginarlo: una casa vissuta, impregnata del suo odore, calda come la sua pelle, un divano morbido, solido e confortevole quanto la spalla a cui stava appoggiato. Si schiarì la gola, ma continuò a sentirsela incrostata, spessa. «Non si seccherà?»
Chiudendogli la mano dietro la nuca, Raven lo scostò appena. Aveva le sopracciglia aggrottate, l’aria confusa. «Chi?»
«Il tuo ragazzo.»
Di nuovo l’ombra di un sorriso, di nuovo quella leggera carezza. «Lo escludo. Ma tu non preoccuparti di questo.»
Di cosa dovrei preoccuparmi? pensò di domandare Theo. Una voce nella testa – quella dei momenti cattivi – gli ricordò tutte le volte in cui Jay aveva portato qualcuno in casa loro, gliel’aveva infilato nel letto senza chiedere, senza lasciare tempo, ma la soffocò all’istante. Raven stava ancora aspettando. Forse se non avessero appena finito di parlare del suo ragazzo Theo avrebbe ceduto all’impulso di allungare la lingua ad assaggiargli la clavicola, scoprire la trama della pelle, ma in quel momento sembrava fuori luogo. Si limitò a premere le labbra sulla sua maglia: cotone. Un gusto pulito.
Poi qualcuno tirò lo sciacquone, nello scomparto di un gabinetto, lui rialzò la testa. Raven stava facendo una smorfia. «Andiamo?» chiese, indicando la porta con il mento.
Annuire fu una decisione scontata.
La prima volta che Theo se n’era andato con un ragazzo nella notte – la prima volta che si era fatto portare a casa da qualcuno, che aveva guardato le strade scorrere al suo fianco come un fiume segreto – le cose non erano andate come immaginava; non del tutto, almeno. Non nel modo in cui contava, quello che avrebbe potuto dare un altro senso alla sua vita. Aveva imparato a non farsi illusioni, da allora, e Jay aveva raso al suolo la poca innocenza che gli restava come una fiamma ossidrica. Era difficile sperare in qualcosa di diverso, come se ogni nuovo passo scivolasse in un solco già deciso, ma Raven camminava al suo fianco parlando di cose leggere e sembrava sempre meno plausibile nei panni dell’approfittatore.
Gli ho infilato la lingua in bocca e non mi ha neppure toccato, pensava Theo, con un po’ di imbarazzo e un po’ di vergogna, uniti a un’invidia leggera per l’uomo che stavano andando a raggiungere; qualcuno di adulto, immaginava, posato e rassicurante. Il tipo che restava a casa mentre gli altri andavano in giro a fare festa, lo stesso che Jay avrebbe sfottuto di nascosto e provato a sedurre davanti a tutti. Ne aveva conosciuti diversi, di tipi così; la maggior parte aveva finito per cedere. L’ultimo gli aveva fatto capire che non poteva continuare in quella direzione.
Quasi l’avrebbe sorpreso di meno scoprire lui, in quell’appartamento, invece di chi si trovò davanti in realtà. Per un istante rimase con il piede sospeso tra il corridoio d’ingresso e il soggiorno, sbattendo le palpebre come a correggere un difetto della vista. Non sembrava possibile.
Aveva lasciato Mister California a Los Angeles, in una stanza bianca a un’ora di traffico dall’aeroporto, non poteva essere lì, adesso, su quel divano rosso scuro, al centro di un soggiorno dall’arredamento un po’ etnico e un po’ approssimato, con i capelli biondi come allora e un’ombra di barba in più sul volto. Teso in avanti per spostare il baricentro del corpo, congelato nel gesto di alzarsi.
Lentamente, incerto della solidità del pavimento, Theo abbassò il piede per terra.
Dal divano, Mister California lo stava ancora fissando stupito.
Confuso, Raven spostò lo sguardo dall’uno all’altro.
«Tutto a posto?» chiese.
Theo non rispose. Mister California terminò di alzarsi, impacciato, si sfregò i palmi sulle cosce.
«Scusa,» disse, «mi stavo appisolando e sono ancora un po’ intontito.» Anche la voce era la stessa di quella notte. Quanto era passato, da allora? Tre settimane, un mese? Di certo non abbastanza per cambiare lo stato di single in quello di felicemente congiunto a un tizio che ti lasciava a dormire sul divano la sera mentre lui se ne andava in giro per bar. «Non pensavo che avresti portato compagnia.»
«Questo è Theo.» Raven fece per posargli una mano sulla spalla, Theo non riuscì a trattenere il sussulto. Lo vide fermare il gesto, perplesso, riportare il braccio lungo il fianco. «L’ho conosciuto allo Stream, non si sentiva troppo bene. Gli ho offerto una tisana.»
«Una tisana,» ripeté Mister California, con una nota scettica in quella voce troppo conosciuta.
«E il divano, se vuole.» Raven lo guardò senza battere ciglio.
Tra loro sembrò passare qualcosa: uno sguardo, un messaggio.
Dalle nebbie del suo sconcerto, Theo sentì un sospetto archiviato rialzare la testa, tingere ogni interazione di una sfumatura più nera. Di colpo, non si sentiva più in grado di giurare che la notte non sarebbe andata a finire come altre che non avrebbe mai voluto iniziare, era un completo estraneo piantato in mezzo a una dinamica che non riusciva a cogliere. Raven era tornato lo sconosciuto abbordato poche ore prima con nostalgia suicida, Mister California l’altra faccia di un incubo che l’aveva già visto nudo e indifeso.
«Io sono Jude, comunque,» disse, tendendogli la mano con un sorriso incerto. Theo non riusciva a capire se non l’aveva proprio riconosciuto o se cercava solo di glissare sul loro precedente incontro per tenerlo segreto al suo ragazzo. Sperava di renderlo complice dell’inganno? Guardò la mano che gli offriva, si chiese se sarebbe stato troppo apertamente scortese non accettarla. «È un piacere conoscerti, Theo.»
Il tono era indecifrabile – troppo sincero per quella situazione – la mano ancora sospesa a mezz’aria.
Theo la strinse, riluttante, e cercò di non ricordare l’ultima volta che c’era stato un contatto tra la loro pelle.
Raven continuava a guardarli come se intuisse tra loro qualche tensione segreta, e per un attimo Theo si chiese cosa avrebbe risposto a una sua eventuale domanda. “Mi sono scopato il tuo ragazzo in California”, forse? Non ne aveva idea.
Non ebbe modo di scoprirlo. Facendo un passo in avanti, Raven si girò in modo da prestare un fianco a ciascuno e posò lo sguardo prima sull’uno e poi sull’altro.
«Preparo quella tisana, quindi?» domandò, e per qualche ragione fu quello a far implodere tutto. L’aria divenne opprimente, irrespirabile, la stanza sembrò popolarsi di ombre dense e minacciose.
Theo si chiese se avrebbe preferito che una volta scoperta la verità Raven lo guardasse con disprezzo – gli occhi di Jay restituiti alla loro dimensione originaria, la somiglianza affilata dall’odio, dalla vendetta – o che dopo la tisana lo invitassero con tutta naturalezza nel loro letto, che lo usassero insieme, questa volta, come uno dei due aveva già fatto e l’altro declinato di fare.
«Io non ce la faccio.»
Le parole gli sfuggirono prima ancora che avesse deciso di pronunciarle, che avesse raccolto la voce: le sentì cadere nell’aria, una dopo l’altra, gocce che erodevano una superficie porosa, e su quella superficie andò a incidersi una nuova sconfitta. L’inganno del tempo, quello di una confidenza improvvisa che già diventa bugia. Di un passato che non ti abbandona.
«Sai che ti dico,» proseguì, portandosi una mano alla tempia. «Credo di avere davvero bevuto troppo, alla fine. Meglio che torni a casa.»
«Theo…» Raven abbozzò un altro gesto, ma lui fece un movimento secco, non voleva essere toccato da nessuno. Solo uscire da quel buco di senso, infilare la testa sott’acqua e lavare via la vergogna che gli bruciava la pelle. Dormire per tutta una vita.
«Sicuro di stare bene?» chiese Jude.
Theo non lo degnò di un’occhiata.
«Ci si vede,» disse a Raven, anche se non era sicuro che l’avrebbe mai più visto, in realtà, non era sicuro di volerlo. Senza aspettare risposta, quindi, girò sui tacchi e tornò in corridoio come disfacendo il percorso che l’aveva portato in quella casa.
Gli altri due non lo fermarono, non lo chiamarono nemmeno.
Nonostante la foga di fuggire, Theo sentì una lieve ferita all’orgoglio.
Poi arrivò sulle scale, le infilò di slancio come se in strada avesse potuto trovare la salvezza. Ma in strada c’erano solo la notte, i lampioni, il reticolo buio di quelle vie ancora straniere e nessuno sconosciuto a insegnargli la rotta. Nessuna mano a tracciarla.
Lui affondò le proprie in tasca e, lentamente, si incamminò in quella che sperava fosse la direzione di casa.