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Si svegliò con un cerchio alla testa e gli occhi segnati di nero, lo specchio gli restituì il volto di un fantasma. La bocca impastata, ogni millimetro del corpo ammaccato come se avesse trascorso la notte a scagliarsi contro i vetri tipo uccellino impazzito, Theo si sfregò le mani sul viso e inspirò a fondo una, due, tre volte.
Il resto dei coinquilini era già uscito o stava ancora dormendo, gli unici rumori erano quelli del suo cellulare che vibrava, a volte, sul comodino o sul letto o sulla mensola del bagno, dovunque lo posasse. La notifica di un’e-mail del campus, qualche appuntamento fissato in calendario per aiutare la memoria sempre più colabrodo, il buongiorno di un gruppo da cui non si era ancora cancellato e i messaggi di qualche compagno.
Cos’è che avevano dato da leggere per letteratura 101?
Qualcuno ha una copia di Munro da prestarmi? La mia l’ho persa.
Theo, tutto a posto? Ieri sera sei sparito di colpo, potresti farti vivo e dirmi che stai bene?
Lui fece una smorfia, aspettò che il caffè fosse pronto e poi recuperò il cellulare accantonato sul frigorifero. Sono vivo, rispose a Sylvia. Avevo solo bevuto troppo, scusa. Poi, anche se nessuno gliel’aveva chiesto e non c’era nessunissima ragione di mentire, aggiunse: Sono tornato dritto a casa.
Gettò il cellulare sul tavolo, mancando per un soffio i resti della cena che i coinquilini avevano lasciato da sparecchiare, e mandò giù un sorso di caffè bollente. Una parte di lui sperava che la versione raccontata a Sylvia potesse sovrascrivere il disastro dell’ultima notte. Da bambino gli capitava di pensarlo, a volte, che le parole fossero un vero incantesimo, che bastasse concentrarsi – convincersi – e la loro magia oscura avrebbe plasmato il mondo. Quando Jay era comparso nella sua vita era sembrato proprio quello: un miracolo di carta e inchiostro fattosi carne, tutti i desideri e le pulsioni segrete covati tra infanzia e pubertà resi concreti, tangibili, muscoli e pelle da carezzare. Per questo, probabilmente, nel pozzo scuro della loro storia aveva smesso di scrivere cose vere. Temeva di evocare altri demoni.
Adesso gli sarebbe piaciuto ricominciare a farlo, per esorcizzarli.
Aveva lezione un’ora dopo – il suo primo workshop sul racconto, che attendeva con la determinazione lugubre di un condannato a morte – così sgomberò un angolo del tavolo e continuò a bere il caffè davanti al portatile aperto, per illudersi di essere preparato, quantomeno, se non poteva esserlo sul serio. La concentrazione vacillava, però, ogni sorso sembrava corroderlo e gli bastò distrarsi mezzo secondo per ritrovarsi con il file del racconto ridotto a icona in fondo allo schermo e f*******: aperto davanti, ansiogeno e minaccioso. Cercò di convincersi a non farlo, ma il ricordo della sera passata era come un livido, pulsava e premeva sempre più scuro. Chiuse gli occhi un istante, prese fiato e poi cedette all’impulso: si mise a rintracciare Raven. Non sembrava facilissimo, in assenza di qualunque riferimento più utile del nome, ma in realtà lo trovò prima del previsto, tra le amicizie di una delle sue conoscenze più popolari. Dopo aver cliccato sul profilo lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e si appoggiò allo schienale, sconfitto.
Nella foto era persino più bello di quanto ricordasse: rideva, senza la minima somiglianza con Jay, e abbracciava due ragazze dall’aria vagamente familiare, anche se Theo non aveva idea di dove potesse averle incontrate. Il profilo era privato e non c’era traccia di informazioni sensibili, solo qualche dettaglio accademico.
A quanto pareva, teneva un corso introduttivo presso il dipartimento di Gender Theories dell’università di Rosenfield.
Uscito dal workshop, avrebbe potuto incrociarlo nel campus.
Theo si impose di non memorizzare dettagli aggiuntivi – tipo l’aula dove teneva lezione, l’indirizzo del suo studio, e-mail e numero di telefono, cazzo, anche se sperava non fosse quello personale –, ma quando abbassò lo sguardo sull’orologio si accorse di essere comunque in ritardo. Aveva passato l’ultima ora a stalkerizzare su Internet il tizio che aveva piantato in asso la sera prima.
Il tizio di cui si era scopato il ragazzo, per quanto a propria insaputa.
Lo stesso che aveva cercato di baciare nel cesso di un bar un attimo prima di vomitargli accanto, perché la sua semplice vicinanza era come un chiodo conficcato nel ricordo purulento del suo ex, mai superato davvero.
In qualche modo persino la prospettiva del workshop sembrava di colpo più allegra, al confronto.
«Ipoteticamente,» disse a Sylvia, dopo, in una pausa tra il secondo e il terzo atto del massacro che stavano eseguendo metodici con i loro compagni di corso. La vide alzare la testa dal proprio racconto, sviscerato di fresco; il turno di Theo non era ancora arrivato, forse per questo si permetteva il lusso di pensare ad altro. Incrociando il suo sguardo proseguì, serio: «Se sapessi che un tizio che conosci a stento sta venendo cornificato dal ragazzo, ti sentiresti in dovere di dirglielo?»
«Contestualizza,» rispose la compagna. La parola doveva esserle rimasta nell’orecchio dal workshop, perché almeno cinque persone l’avevano utilizzata nel corso dell’ora precedente, per difendere o affossare scelte di stile. «Il tizio chi è, ti frega di lui, quanto sei sicuro che il ragazzo scopi con altri?»
«Molto sicuro,» fece Theo. «Diciamo, conoscenza di prima mano.»
Sylvia socchiuse gli occhi. «Sei andato a letto con il ragazzo di un altro?»
«Non sapevo che fosse il ragazzo di qualcuno, a quel tempo.» Non aveva molta voglia di difendersi, e ancor meno di scendere nei dettagli sul dove e il come fosse successo, soprattutto quando non era quello il dilemma. Qualunque cosa fosse accaduta con Jude, apparteneva a un passato in cui non conosceva neppure il suo nome. Il presente era molto più confuso. «Il problema è che mi sento a disagio a non dire nulla. Come se mi rendessi complice di qualcosa.»
O forse voleva solo rivederlo.
Forse voleva rivedere il suo ragazzo.
Non appena quel pensiero gli attraversò la mente provò il desiderio di cancellarlo. Morse il Kit-Kat che stava sbocconcellando, invece, e si lasciò scivolare più in basso sulla sedia.
«Theo, c’entra qualcosa il motivo per cui sei scomparso ieri sera?» domandò Sylvia, sempre più sospettosa, e per una frazione di secondo lunga quanto una vita lui si ritrovò il cervello completamente vuoto. Non scoprì mai che cosa avrebbe risposto, però, perché proprio in quel momento l’insegnante rientrò nell’aula, contò le teste e dovette decidere che erano presenti abbastanza studenti per riprendere il lavoro.
«Theo,» disse, con un sorriso che voleva essere incoraggiante ma gli piombò addosso come la lama di una ghigliottina. Il pensiero di Raven, e di Jude, e dell’appartamento tiepido e accogliente da cui era fuggito la sera prima abbandonò la sua mente insieme a ogni altra funzione cerebrale. Con un cigolio della sedia, il fascio di fogli stampati in mano, lui si alzò in piedi lentamente.
Due ore dopo stava gironzolando davanti a quello che il sito dell’università identificava come l’ufficio dei dottorandi in Gender Theories. Non era del tutto sicuro di come ci fosse arrivato, ma per una volta non aveva la sensazione che il buco nella memoria fosse dovuto a traumi di difficile classificazione. Sylvia l’aveva salutato un quarto d’ora prima, con qualche incoraggiamento poco convinto – «Dobbiamo farci l’abitudine, immagino, la prossima volta andrà meglio» – e Theo aveva manifestato l’intenzione molto chiara di andare a ubriacarsi alle quattro del pomeriggio per rimuovere ogni singolo ricordo di quella che rientrava a pieno merito nella top ten delle esperienze più umilianti della sua esistenza.
Le gambe l’avevano portato al dipartimento di Raven Seymore, invece. Non era sicuro che fosse una scelta migliore.
Aveva quasi deciso di battere di nuovo in ritirata quando, con un tempismo persino migliore del suo ragazzo fedifrago, Raven uscì dallo studio con la testa china sul cellulare.
Theo si bloccò a metà di un passo. L’altro alzò gli occhi, distratto, per poi allargarli appena e fermarsi del tutto.
«Ciao,» disse, con un sorriso più incerto di tutti quelli che gli aveva rivolto la sera precedente. «Tornato a casa senza problemi? Passata la sbronza?»
«Non sono uno stalker,» giurò Theo, per tutta risposta. «Devo solo parlarti di una cosa.»
Raven lo guardò poco convinto, infilando il cellulare in tasca. «Tutto a posto?»
«Dipende da quanto ti piace il tuo ragazzo.»
Con sua sorpresa, quella frecciatina ebbe il solo effetto di trasformare la perplessità di Raven in un sorriso vero. «A me parecchio.» Uno sguardo penetrante, che tutto lasciava supporre tranne corna e infedeltà coniugale. «Credo che la domanda sia più che altro perché non piace a te. O quando ha cominciato a non farlo.»
Theo aprì la bocca per rispondere, ma la richiuse senza avere prodotto alcun suono.
Raven parve soffocare un sospiro, poi estrasse un angolo del cellulare dalla tasca e controllò l’ora sullo schermo. «Ti va un caffè? Facciamo due chiacchiere, vuoi?»
Dal punto di vista razionale, Theo sapeva che l’ultima cosa di cui aveva bisogno era lasciarsi invischiare ancora di più in quella storia. Avrebbe dovuto rifiutare e basta, magari assolvere alla necessità di sgravarsi la coscienza con un messaggio su f*******: o qualche antiquata lettera anonima. Il fatto stesso che fosse tentato di accettare lo insospettiva.
Ma aveva l’orgoglio ancora minato dai commenti ricevuti per il suo racconto – «Non succede niente,» aveva detto un compagno particolarmente agguerrito, «due tizi che parlano e basta» – e in Raven c’era qualcosa che lo attirava contro ogni cautela. Finì per seguirlo in un bar non troppo distante, camminandogli accanto senza parlare e chiedendosi quanto fosse folle trovare rassicurante quel silenzio quando sapeva che stava per infrangerlo con una bomba che avrebbe travolto anche lui nell’esplosione.
Non dissero nulla neppure quando si sedettero al tavolino.
Raven si appoggiò allo schienale e lo guardò apertamente, curioso; Theo lasciò spaziare gli occhi per il locale, fingendosi interessatissimo all’arredamento boho cozy e ai volantini di reading di poesia appiccicati alle pareti. Quando una figura bionda di genere indefinibile si palesò al loro fianco – il cameriere, a giudicare dal cartellino del nome sul petto – cercò la voce per ordinare ma si trovò a bofonchiare soltanto: «Dell’acqua, grazie.»
Il cameriere inarcò un sopracciglio perfetto. Raven incrociò il suo sguardo e sorrise. «Tutto okay, Viv. A me puoi portare un tè verde?»
«Volete anche mangiare?» domandò Viv, scarabocchiando qualcosa sul blocco. Li squadrò entrambi, rapido. «Aggiungo qualche dolcetto.»
«Non c’è bisogno di…» iniziò a dire Theo, ma l’altro se n’era già andato.
Di fronte a lui, Raven si sporse in avanti e puntò i gomiti sul tavolo.
«Senti, perché non ci togliamo il dente e proviamo a passare a una conversazione più rilassata? Credo di sapere cosa stai facendo tanta fatica a dirmi, quindi provo a toglierti dall’imbarazzo. So che tu e Jude vi eravate già conosciuti a Los Angeles, me l’ha detto. Cioè,» si corresse, come in un ripensamento, «ovviamente non lo sapevo ieri sera, o non ti avrei portato a casa in quel modo, ma ne abbiamo parlato, dopo. Sono al corrente di tutto. Della sua versione, perlomeno.»
Il sollievo colpevole che Theo stava cominciando a provare si cagliò all’istante in un atteggiamento ancora più guardingo. «E la sua versione quale sarebbe?»
Raven lo guardò, serio e appena confuso. «Che vi siete conosciuti in un locale e siete finiti a letto insieme. Lui non ricorda che sia successo nulla di così drammatico da giustificare la tua fuga nella notte, anche se non sembravi interessato a rivederlo, ma certe esperienze possono essere molto soggettive. A meno che il problema non fosse semplicemente che pensavi che io non ne fossi al corrente.»
«Non ne eri al corrente, infatti,» precisò Theo. «Hai appena detto che te ne ha parlato solo dopo.»
«Non sapevo che tu fossi andato a letto con lui,» rispose Raven. «Sapevo che lui l’aveva fatto con te. O meglio, con un aspirante scrittore che doveva partire per un MFA in Massachusetts la mattina seguente, non gli aveva lasciato nessun recapito e l’aveva rincoglionito troppo perché si ricordasse di chiedere almeno il nome. Non che ci voglia molto a rincoglionire Jude in quelle circostanze,» aggiunse, con un sorriso affettuoso del tutto inadatto al contesto. «Non è per forza colpa tua.»
«Il fatto che non si è ricordato di chiedermi il nome?» chiese Theo.
Raven non batté ciglio. «O che tu hai fatto in modo di non darglielo.» Distolse lo sguardo, a quel punto. «Sul serio, c’è qualche motivo per cui non volevi rivederlo? Te la sei filata per questo, ieri?»
Me la sono filata perché tu mi piacevi troppo e non sopportavo di saperti tradito, avrebbe voluto rispondere Theo. Me la sono filata perché mi era piaciuto troppo lui, l’unica volta in cui l’avevo toccato, e non era una cosa prevista allora, quando lo credevo relegato a Los Angeles, e ancora di meno adesso, qui, in questa nuova vita che sto cercando di costruire. Me la sono filata perché una parte di me non voleva farlo per nulla, ed è una parte che odio, e il modo migliore che ho di tenerla a bada è soffocarla brutalmente e privarla di ogni stimolo.
«È il tuo ragazzo,» disse invece, dando voce a una frustrazione che aveva origini lontanissime.
«Oh cavolo,» fece il cameriere, fermandosi accanto a loro con un vassoio. «Vi siete finalmente cacciati in uno dei casini che Carlos va pronosticando fin dall’inizio?»
Theo si voltò a guardarlo perplesso. Raven alzò una mano a stringersi la radice del naso ed espirò piano, scuotendo la testa con rassegnazione.
«Viv, non è il momento, d’accordo?»
«Posso andare in pausa quando voglio,» assicurò l’altro. «Prendo cioccolata e salatini e mi piazzo qui vicino ad ascoltare, giuro che non ve ne accorgerete nemmeno.»
«Sul serio, non adesso,» disse Raven, ma non sembrava arrabbiato. Solo nervoso, impacciato, come se qualche riflesso della girandola di emozioni di Theo l’avesse colto alla sprovvista, scalfendo la maschera suadente e disinvolta che aveva indossato fino a quel momento. «Ci vediamo a casa, d’accordo?»
«È il tuo coinquilino, o hai un vero e proprio harem di cui disponi a tuo piacimento?» domandò Theo, acido. Non poteva evitarlo, era la sua arma di difesa principale nei momenti di squilibrio.
Raven non parve offendersi, perché sorrise un po’ più convinto. «Il ragazzo del mio coinquilino, in realtà. E un amico, ovvio. Non voleva metterti a disagio, è fatto così e basta.»
«Non mi ha messo a disagio,» ribatté lui, subito.
Raven annuì una volta. «Giusto. A quello ci abbiamo pensato noi.»
Il modo in cui disse “noi”, così spontaneo e scontato – come se lui e Jude fossero un’unità inscindibile, una sorta di creatura a due teste responsabile di ciò che faceva l’altra metà anche a distanza – si piantò nel cervello di Theo come una scheggia fantasma dell’esplosione che pareva rimandata. O forse era solo un residuo di quella vecchia, la stessa che l’aveva scaraventato lì, a migliaia di chilometri dalla città che aveva cercato di chiamare casa. Forse era Jay, ancora.
La somiglianza di Raven con lui era sempre meno forte, a mano a mano che lo guardava, ma c’erano ancora momenti – quello, per esempio – in cui feriva in maniera profonda, inaspettata. Più per le differenze che per i tratti in comune.
«Cosa stai dicendo, insomma?» chiese, per cercare di scrollarsi di dosso quella nostalgia velenosa. «Che tu e Jude avete cosa, una relazione aperta? Ciascuno dei due può scoparsi chi vuole quando gli capita? O solo quando vi trovate ciascuno sulla costa opposta?»
Raven fece per rispondere, poi lo spiazzò di nuovo scoppiando a ridere. Theo lo guardò chinare la testa come a soffocare il divertimento, gli occhi socchiusi, sfuggenti, e cercò di aggrapparsi al fastidio che gli stringeva lo stomaco. Anche quel nodo era sempre più morbido, però, e quando Raven tornò a incrociare il suo sguardo si sciolse del tutto. Theo tentò di resistere incrociando le braccia in una sorta di scudo.
«Scusa,» disse Raven. «Solo, hai presente quando fai certi discorsi così tante volte che cominciano a suonarti del tutto privi di senso? Stavo per darti la versione condensata che io e Jude propiniamo di solito, ma di colpo mi è sembrata la cosa più assurda del mondo. Che cazzo significa “relazione aperta”, in fondo? Puoi davvero iscrivere le dinamiche tra due o più persone in un semplice schema regolativo?»
Theo si chiese se si aspettava una risposta.
Raven proseguì dopo un attimo, ma non sembrava seccato di non averla ricevuta.
«Amo Jude, la verità è solo questa. Lo amavo quando era un ragazzino confuso, pieno di paure e pronto a mutilarsi per rientrare in qualche etichetta preconfezionata, e lo amo adesso che sta cercando di costruirsela da solo. Non riesco del tutto a capire perché sapere che è felice e vive anche quando non è al mio fianco dovrebbe crearmi problemi, ma non capisco un sacco di cose e sto bene lo stesso. Meglio di tanti altri, oserei dire, ma questo è un altro discorso.»
«Davvero non ti crea problemi sapere che ci sono andato a letto?» domandò Theo.
«Davvero,» confermò Raven. Poi lo guardò negli occhi. «Non mi aspetto che tu mi creda subito. Ma andare d’accordo con Jude è un po’ la condizione sine qua non di ogni mia frequentazione, quindi se volessimo rivederci – e mi farebbe piacere, per inciso – avrei bisogno che evitassi di fissarlo come un assassino ogni volta che lo incroci. Ieri sera mi hai spaventato un po’, e credo che lui non abbia ancora smesso di rimuginare su ogni singolo istante che avete passato insieme per cercare di capire cosa ti ha fatto di tanto orribile.»
«Non ha fatto nulla di orribile,» rispose Theo, perché due terzi del suo cervello erano ancora fermi su quell’ipotetico “se volessimo rivederci” e il terzo restante procedeva affaticato. Diventava sempre più sincero, quando non ragionava del tutto. «Sto cercando di evitare i casini, però,» ammise sulla stessa scia, e non avrebbe saputo dire se fosse una risposta alla domanda inespressa o una confessione.
Raven non sembrò prenderla né per una cosa né per l’altra. Sorrise. «Giuro che non sto cercando di procurartene. Sei nuovo in città, però, e ieri sera hai detto che la gente con cui stavi non era tua amica. A volte la solitudine può fare male anche se credi di volerla. E casa mia è sempre aperta, per qualunque necessità.» Prese un tovagliolo dal centro del tavolo e scarabocchiò qualcosa. «Questo è il mio numero,» disse poi, porgendoglielo. «Adesso devo scappare, ma mi ha fatto piacere rivederti e chiarire la situazione. Se non mi avessi trovato tu, avrei cercato di rintracciarti io stesso: ero un po’ preoccupato. Chiamami, se hai bisogno. E se hai voglia di conoscere gente, passa da me stasera.» Si alzò in piedi, sistemandosi la cinghia della sacca sulla spalla. «Diamo una specie di cena di quartiere, aperta a tutti. Saresti il benvenuto anche solo per scroccare un boccone.»
Theo sbirciò il tovagliolo, e il suo primo pensiero fu: Per fortuna è diverso dal numero sul sito del dipartimento. Subito dopo si chiese se accettando l’invito avrebbe finito per ritrovarsi in qualche strana orgia sadomaso, perché l’esperienza gli aveva insegnato che nessuno era così altruista senza un tornaconto segreto, ma ritenne di aver fatto già abbastanza figure di merda e non esternò il sospetto.
«Vedrò cosa riesco a fare,» disse, scoprendosi di nuovo più sincero di quanto avrebbe voluto.
Raven si strinse nelle spalle, come per alleviare la pressione. «È il massimo che possiamo garantire tutti, presumo.» Con quel principio vagamente filosofico si avviò verso l’uscita, la mano alzata in un cenno di saluto generale.
Theo lo guardò allontanarsi. Poi lanciò un’occhiata al bancone e incrociò lo sguardo del cameriere che li aveva serviti. Il biondino non batté ciglio, ma a lui parve di scorgere comunque un’espressione impietosita e fu quello, soprattutto, a farlo alzare in gran fretta.
Quando uscì, ebbe la sensazione che una parte di lui volesse seminare l’ombra che lo seguiva, ma sapeva fin troppo bene che non era possibile. Con l’ombra, il massimo che puoi ottenere è che coincida con il tuo passo, o portartela avanti, e inseguirla tu stesso.